Strategie per battere salvini

Si può battere Matteo Salvini? Si può sconfiggere sul piano politico, delle idee e del consenso quello che il leader della Lega, ex vicepremier e ministro dell’Interno, rappresenta? Tante analisi e opinioni, in risposta a questi interrogativi, ieri sul Foglio. Qui, oggi, la seconda parte del girotondo.
La sinistra deve fare i conti con il superamento del suo modello sociale
C’è senso di paura e smarrimento. La dimensione nazionalista ha senso soltanto in chiave protezionistica e dunque non può che premiare le destre. L’Italia non cresce da troppo tempo e la sinistra non fa i conti con il superamento del suo modello sociale fondato su tassazione e redistribuzione attraverso il welfare. Permangono schemi di azione tradizionali, a partire da quello di ritenere discriminante la distinzione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, cioè precario, fragile, esposto ai venti bizzarri del mercato.
La sinistra new socialist ha il merito di criticare l’abbandono di presidi di lotta tipici delle sinistre. Del resto la reazione dei cosiddetti mercati al successo dei progressisti la dice lunga sul cambio di fase storica. E tuttavia anche la sinistra, che mette in discussione con buone ragioni le derive della globalizzazione, non ha ancora trovato la chiave con cui affrontare la nuova fase, mescolando interventismo pubblico neostatalista, che non poggia su basi credibili di finanza pubblica, e cultura antagonista su tratti ormai recepiti nel vissuto comune, tra cui quello che intraprendere e affermarsi è una occasione di emancipazione, peraltro più affine al nomadismo inevitabile indotto dal mutamento tecnologico e dal mercato globale di beni e servizi. Insomma tutti ambiscono alla stabilità economica, non alla stabilità del posto di lavoro.
Il rischio è che la partita si faccia su Salvini, interprete autentico e abile dell’Italia della paura, cioè individuando il nemico e costruendo su di lui e attorno a lui la compagine alternativa.
Serve una risposta che metta in sintonia i valori della civiltà liberale e progressista, nella forma socialdemocratica e popolare affermatasi in Europa nel secondo dopoguerra, e la necessità delle persone di avere stabilità e crescita economica e solide prospettive per il futuro. Solo così si spiega la resistenza delle aree rurali e periferiche rispetto ai centri urbani integrati nel circuito delle città globali a dare credito alle proposte della sinistra.
Le grandi proposte dei populisti premiate dagli elettori alle scorse elezioni sono tre: il reddito di cittadinanza, che punta dritto al superamento della civiltà del lavoro stabile; la flat tax per i redditi medi, cioè semplificazione e riduzione fiscale in un’epoca di aumento delle spese formative, sanitarie, tecnologiche; la sicurezza dei confini nazionali contro gli ingressi illegali.
Non credo che su questo ingente materiale di confronto si possa rispondere dicendo solo che servono più spese per la cultura, più incentivi per la crescita e più umanità nell’accoglienza, come si è fatto e si fa da anni a sinistra.
Serve una risposta più aggiornata, che induca a cambiamenti più netti, a discontinuità nelle policies, senza abdicare in alcun modo a valori e ideali, ispirate ai concetti classici della Rivoluzione francese, come declinate dal socialismo umanitario e democratico in Europa. Alcune più liberali, altre più socialiste. Alcune più a destra, altre più a sinistra.
E dunque, per cominciare, assumere che il reddito di inclusione deve tendere a sostituire i meccanismi tradizionali di sostegno al lavoro; che la semplificazione fiscale fino a 100.000 euro di reddito deve essere un obiettivo della sinistra, ancorché modulata nel rispetto della progressività fiscale; che la cooperazione internazionale e la regolazione dei flussi deve scommettere sull’agevolazione degli ingressi e l’eliminazione della tratta delle persone.
E poi le proposte originali. Riscatto della scuola pubblica, della sanità pubblica, anche laddove sono in crisi, nella provincia italiana e nelle città del sud. Si torni a far coincidere la frequenza scolastica pubblica con l’ascensione sociale. La casa a basso costo e di qualità, per tutti: anziani, giovani, lavoratori temporanei.
Serve una economia sociale di mercato, sfruttando risorse pubbliche e private messe in tensione dalla crisi e mai così disponibili, se dirette da una forte azione di governo, a scommettere sulla ricucitura della nostra società. Sul rilancio dell’Italia dei comuni, delle zone montane e litorali, dei centri minori, delle periferie. C’è molto da fare, e dunque anche grandi opportunità di crescita e di profitto.
Da ultimo, una leadership giovane e credibile, solida e politica, che conosca i nuovi linguaggi. E si sacrifichi, per il suo paese. Perché la politica è duro lavoro quotidiano, competenza e conoscenza, e vogliamo ridarle il ruolo che merita nella società: il primato. Perché il populismo nasce anzitutto dall’antipolitica, e genera classi dirigenti inadeguate. Farsi governare dai migliori, se non proprio dal Migliore.
Carlo Cerami
Essere pronti al contropiede. Lezioni emiliane
Cogliere le occasioni. Ormai lo abbiamo capito: a Salvini scappa il piede sulla frizione. Ha sbagliato i tempi e i modi della crisi di governo, ha sbagliato la candidata in Emilia-Romagna, ha sbagliato al Pilastro e a Bibbiano. Sbaglierà ancora. Quindi, sì essere pronti al contropiede: se l’avversario perde palla, attraversare tutto il campo a testa bassa e involarsi in rete. Non passare mesi a piagnucolare su come è brutto e cattivo il governo che ti ha salvato dai pieni poteri e da Salvini premier in luna di miele che passeggia sulle rovine dell’Emilia, e poi della Toscana, della Puglia eccetera. Modello: Franceschini.
Essere coraggiosi. Aprirsi anche meno, spalancarsi con moderazione. La risposta alla destra non è “aprirsi ai non iscritti” (ancora?) ma riuscire a dire finalmente chi sei, a chiedere conto di ciò che loro non sono. Non “fare presidente una donna” (che stia sempre un passo indietro al suo segretario naturalmente), ma “essere” una donna. Una proposta chiara e senza complessi sull’immigrazione, è urgente, che consenta non solo di correggere quello che hanno fatto (i decreti sicurezza) ma di chiedere conto di ciò che non hanno fatto. E magari, visto che la sinistra è al governo, farlo lei. Modello: Elly Schlein.
Esserci. Non pontificare su quanto è incivile e razzista suonare al citofono di una famiglia tunisina al Pilastro, essere al Pilastro. Non indignarsi per la maglietta su Bibbiano, essere a Bibbiano. Riempire le piazze, ma non solo: abitare i posti. Saperli spiegare, saperci parlare, saperli rappresentare. Perché hai già dovuto farlo e l’hai saputo fare, fondamentale. Ma anche perché ci sei e ti metti in gioco, senza nasconderti ma senza pretendere di contare qualcosa da solo. Modello: Bonaccini-Sardine.
Essere umili. Non guardare solo al centro, ma anche alle periferie, sapendo che l’Italia è più periferia che centro. E’ più Goro che Bologna. E’ più posti dove sei ancora sotto che posti dove hai vinto. Non pensare che la politica sia solo comunicazione. Non pensare di farcela da solo, non pensare che i tuoi alleati siano morti e che questo sia un bene, non pensare che adesso puoi fare una bella legge maggioritaria che ricompatti i tuoi avversari e mortifichi il pluralismo nel tuo campo. Modello: eh…
Chiara Geloni
Cominciamo dal sud, là dove Salvini è diventato leader nazionale
Salvini non è invincibile. Salvini è vulnerabile se affrontato in campo aperto, aggredendo “la” questione (un tempo si sarebbe chiamata sociale) che ha consentito alla Lega di diventare il primo partito italiano. Infatti, un intero blocco sociale, colpito da una crisi economica devastante che ha annichilito il ceto medio imprenditoriale, impiegatizio e autonomo, ha trovato una rappresentanza forte in quelle sue invettive – lotta all’establishment, sindacalismo dei produttori, avversione al “buonismo” multiculturalista, difesa dei confini – che hanno incrociato la domanda tradizionale di una parte cospicua dell’elettorato domestico. Ma Salvini è assurto al rango di leader nazionale solo quando ha conquistato il Mezzogiorno, là dove le stelle grilline sono rapidamente collassate. Ben consapevole che la sfida al “citofonista” richiede proposte nette e credibili su temi cruciali (lavoro, fisco, immigrazione, degrado delle periferie urbane), a mio avviso è da qui che deve partire la riscossa di un nuovo schieramento progressista. In questo senso, il modello civico-democratico che ha animato la ribellione emiliana non è meccanicamente esportabile nel resto del paese. Nel sud occorre rovesciare il paradigma che ha costituito la base etica, culturale e politica dell’intervento pubblico. Il divario vero con il nord non è soltanto nel reddito pro capite, ma nei tassi di abbandono scolastico, nei posti disponibili negli asili nido, nelle prospettive di occupazione dei giovani, nel rispetto delle regole. La battuta d’arresto di Salvini in Calabria, che denota un rimescolamento delle carte nelle classi dirigenti locali del centrodestra, non muta i termini del problema. Le regioni meridionali devono poter contare su uno stato impegnato nelle sue funzioni essenziali, e solo in esse: amministrare la giustizia, garantire la sicurezza dei cittadini, fornire servizi sanitari ed educativi decenti, infrastrutturare il territorio. Devono dotarsi, inoltre, di quelle capacità progettuali che sono indispensabili per utilizzare con profitto i finanziamenti europei nei settori dell’innovazione tecnologica e del risanamento delle città. A Napoli come a Bari e Palermo non mancano le energie imprenditoriali, sociali e intellettuali disposte a raccogliere questa sfida. Ma devono essere aiutate ad aiutarsi da sole, e non mediante provvidenze elargite a fondo perduto in un mercato del lavoro stagnante. Uno spreco enorme di risorse della collettività, destinato a rinfocolare quei sentimenti di stanchezza e sfiducia, dilagati dopo decenni di retorica meridionalista, che sono il lievito del populismo leghista.
Michele Magno
Competere. Perché si possono sottrarre elettori anche a Salvini
Il vero segnale non è l’Emilia di Bonaccini. E’ la Calabria di Jole Santelli. La vera notizia non è la mancata vittoria di Salvini in Emilia (tutti sanno piuttosto scontata), ma il freno della crescita della Lega al sud. Dove le ambizioni di Salvini sono frenate dal suo alleato moderato. E’ ossigeno per Forza Italia. Ma solleva una domanda a sinistra: c’è un modo per battere Salvini senza allearsi con lui? E’ banale dire che il problema del Pd e del centrosinistra è tutto qui? Il Pd, giustamente, evidenzia la tendenza bipolare delle elezioni recenti. Ma resta che, in questo bipolarismo, continua a non esserci partita. Finché Salvini non si sgonfia. E’ tempo di coraggio. La via per frenare Salvini c’è: demitizzarlo. Si può dire? Occorre l’esatto opposto del metodo delle Sardine a Bologna: lì, grazie anche a loro, Salvini ha perso per attivazione dell’elettorato di sinistra e per smodatezza ingorda e infantile delle proprie ambizioni. Ma senza frenare la propria crescita elettorale. Per batterlo nel resto d’Italia serve, invece, un po’ di copia e incolla del metodo Jole in Calabria. Penso a due cose. La prima: “normalizzare” Salvini.
Mostrificarlo è servito solo a esaltarne la centralità. Ora è il tempo, se volete batterlo, dell’opposto: una gigantesca minimizzazione del Truce. Ringraziamo le Sardine e spostiamoci sulla politica. Battere Salvini impone la correzione dell’immaginario che si è imposto: quello che lo personifica come pericolo autoritario e gli mette felpe e stivali di improbabile facitore di svolte eversive. Ossessioni e iperboli che hanno solo prodotto la lievitazione della figura. Un boomerang. Per battere Salvini va ripristinata la sua figura, reale ed effettiva, al posto dell’alias, dell’avatar in cui lo ha prolungato e gonfiato una sinistra autoflagellante. Il leader della Lega non è un golpista. Piuttosto è quello che fa mangiare le mani al Cavaliere e ai dirigenti del centrodestra: un politico in erba, alquanto versato in autogol, in mosse tattiche dilettantesche e dispensatore di imprevedibili regali agli avversari. Se ne possono contare ben tre in un anno e mezzo: il governo con Di Maio, la crisi di agosto, l’azzardo sull’Emilia. Insomma, normalizziamo Salvini. Magari, costringendolo e coinvolgendolo alla dialettica politica: metodo Giorgetti per intenderci. Non basta. Occorre cogliere il secondo suggerimento del metodo Jole: voltare, finalmente, lo sguardo da Salvini e volgerlo ai suoi elettori. La sinistra, per pregiudizio culturale e residuo ideologismo, si è convinta che gli elettori di Salvini siano fatti della stessa natura del Capo: irriducibili alla causa progressista. Neanche ci si prova a conquistarli. E si tratta di un terzo del paese, e in un continuum sociologico e territoriale, dal nord al sud (passando per il centro). Prigioniera di un dibattito surreale, la sinistra si lacera sul dilemma “facile” di come recuperare il volatile, spaesato e vagabondo elettorato pentastellato, ma si tiene ben lontana dal tema chiave per vincere le elezioni politiche: si possono sottrarre elettori a Salvini e alla destra? Può la sinistra confezionare un’offerta politica attrattiva agli elettori di Salvini? Sembrerebbe che questa domanda rappresenti, di per sé, uno scandalo a sinistra. E’ plausibile immaginare, penso al Pd per ovvie ragioni di numero e dimensioni, un’offerta politica “a vocazione maggioritaria”, gradevole alle classi medie, agli oberati dalle tasse, al popolo del pil, all’affluente massa dei discontent della decrescita? La sinistra ha la tendenza a sostituire categorie sociologiche e culturali (il sardinismo, l’ambientalismo, la solidarietà, l’accoglienza ecc. ) agli elettori in carne e ossa. Si ostina a illudersi, ad esempio, che autoconfinandosi nel recinto della povertà, nella retorica degli ultimi e della protezione, si rende anima bella e nobile. E, invece, si è solo socialmente ed elettoralmente ristretta. E resa, purtroppo, poco competitiva nella profanità delle urne. Dove conterebbe, più che la ricerca di identità ristrette e di distinzioni antropologiche, come qualcuno sproloquia, dall’elettorato di destra, la capacità – sulla sicurezza, sulle tasse, sulla droga, sul governo delle migrazioni, sulla confusione tra sovranità nazionale e sovranismo – di interazione con le preoccupazioni e le aspettative degli elettori di Salvini. Insomma competere. Non vedo altra via per batterlo. Oggi, ma anche nel 2023.
Umberto Minopoli
Un programma basato su esigenze vere spiegato con la forza dei numeri
Verità, dati, numeri, un sogno realizzabile da vendere, solide suole e una buona scorta di Ricola al limone. La ricetta per battere Matteo Salvini è sfidarlo sul suo terreno, uscendo dal circo che si parla addosso dei palazzi romani, dei talk-show e dei social, per dire agli italiani quel che in fondo già sanno: tocca a loro rimboccarsi le maniche per ricostruire un paese che si è distrutto da solo. L’establishment sognava il “fattore esterno” (l’Ue che avrebbe costretto l’Italia a riformarsi). I sovranisti denunciano il “complotto esterno” (l’Italia vittima di Bruxelles, Merkel, Macron). In realtà, l’Italia è sufficientemente forte e orgogliosa per fare da sé e ha tutto per tornare a essere prospera e felice. Come? Il populismo utopico di Salvini si batte innanzitutto costruendo un programma basato su esigenze vere e fondamenti solidi: vogliamo tagliare le tasse, ma per farlo dobbiamo ridurre detrazioni e deduzioni fiscali; vogliamo l’immigrazione scelta e non subita, ma la priorità è l’integrazione; vogliamo costruire asili nido, ma i nonni dovranno andare in pensione più tardi. Uomini soli al comando o alchimie elettoralistiche meglio lasciarle al passato: serve una fabbrica di idee e una comunità di persone che quel progetto lo spieghi nei comizi, nei mercati e agli aperitivi. Con il sorriso e la forza dei numeri. Gli sbarchi sono raddoppiati? No, caro Matteo, il numero di disperati è meno di un decimo di cinque anni fa. La crescita va male per colpa dell’austerità dell’Ue? No, signor Salvini, la colpa è delle tasse che finanziano Quota 100 e lo spread provocato dalla sua linea no-euro. Il Pd può farlo? Troppo attaccato al sottopotere. Renzi o Calenda? Hanno seminato i germogli del salvinismo flirtando con l’anti europeismo istituzionale. Le Sardine? Ciao bella. Epperò servono tutti: Pd, Renzi, Calenda, Sardine, ma anche il Cav., Maroni e Tosi. Perfino Salvini, se capirà che “prima gli italiani” è un danno per gli italiani. Altrimenti si sconfiggerà da solo quando avrà i “pieni poteri” al governo.
David Carretta